Sulla contro-riforma della prescrizione-lettera del direttivo della Camera penale di Livorno al Tirreno per l’astensione 17-18 dicembre 2018

Sulla contro-riforma della prescrizione-lettera del direttivo della Camera penale di Livorno al Tirreno per l’astensione 17-18 dicembre 2018

Lunedì 17 e martedì 18, a distanza di poco più di un mese dalla precedente astensione, noi penalisti e penaliste aderenti all’Unione delle camere penali italiane ci asterremo dall’ attività di udienza.

Lo abbiamo già fatto poco più di un mese fa, ma le proteste di allora non hanno avuto alcun effetto. Anzi. Il Governo, con un colpo di mano – mediante la presentazione di un emendamento al disegno di legge c.d. “spazzacorrotti” (sul quale avevamo già speso molteplici critiche) – ha deciso di modificare la disciplina della prescrizione prevedendone la sospensione dopo sentenza di primo grado.

In altri termini: il destino di chi, da imputato o da persona offesa, impatta con il processo penale, andrà incontro ad una parentesi temporale potenzialmente illimitata, un limbo di incerta estensione, non appena una decisione, che potrebbe indifferentemente essere di condanna o assoluzione, sia stata pronunciata in primo grado.

Non è facile spiegare a chi non è pratico di Tribunali perché riteniamo che questo ennesimo colpo alla giustizia sia esiziale. Ma vogliamo provarci con queste righe.

Forse occorre partire dall’inizio e provare a spiegare che cosa è la prescrizione.

Come ha detto in una recente intervista il Prof. Padovani, ordinario di diritto penale presso la Scuola Superiore S. Anna di Pisa, “la prescrizione da noi ha due anime. Una obbedisce al principio per cui su un determinato reato, dopo che è trascorso tanto tempo, viene meno l’interesse sociale a realizzare la prevenzione che la legge penale assicura. Si impone il trionfo dell’oblio. L’altra anima è la necessità di dare seguito a quanto previsto dall’art. 111 della Costituzione: la legge assicura la ragionevole durata del processo”.

E’ la presa d’atto, in un paese civile, che qualsiasi condanna o assoluzione che vengano pronunciate ad una distanza siderale dai fatti non possa dirsi giusta per nessuno: né per il condannato (che sarà persona ben diversa da quella che commise il reato), né, tantomeno, per la persona offesa: un risarcimento tardivo ha il sapore della giustizia negata.

Proveremo a spiegarci con un esempio. Pensate che un giorno bussi un Carabiniere alla vostra porta per notificarvi un avviso di garanzia avvertendovi che la Procura vi sta indagando per truffa. In questa fase non potete sapere con esattezza quali siano le prove a vostro carico. L’indagine è ancora in corso e quindi è, o perlomeno dovrebbe essere, segreta. Supponete che questo periodo di incertezza duri molti anni: sapete di essere indagati ma non sapete ancora perché. Non è fantascienza. Secondo i dati resi noti proprio dal Ministero della Giustizia, la maggior parte delle prescrizioni matura già nella fase delle indagini preliminari. Vuol dire che questa fase preliminare è durata troppo a lungo e che il processo non è mai partito. Attualmente per un reato di media gravità (una truffa per esempio) i tempi di prescrizione in fase di indagine sono di 6 anni. Dunque, se non si è in grado, in 6 anni, di concludere un’indagine, la legge pone un argine all’arbitrio del processo infinito e inibisce allo Stato di proseguire. Se il pm riesce, però, ad esercitare l’azione penale entro i 6 anni, il tempo di prescrizione aumenta di un quarto: il reato – la nostra truffa- si prescriverà in 7 anni e mezzo. Il Giudice che sarà chiamato a decidere se siete colpevoli o innocenti, a questo punto, dovrà fare uno sforzo ed imprimere velocità al processo proprio per evitare che il reato si prescriva.

Supponiamo che il Giudice, al settimo anno, emetta una sentenza. La Riforma Orlando, approvata lo scorso anno, ha previsto una significativa estensione dei tempi di prescrizione del reato: dopo la sentenza di primo grado e sino alla pronuncia del grado successivo la prescrizione si sospende per un periodo non più lungo di un anno e mezzo. Idem in caso di ricorso per Cassazione (terzo grado). Dunque, allo stato attuale, per processare una persona per truffa lo Stato può impiegare dieci anni e mezzo! Ma i reati più gravi si prescrivono in tempi assai più lunghi.

Torniamo al nostro esempio. Al termine del processo venite assolti. Il pm fa appello contro la sentenza di assoluzione, che succede della vostra vita?

Il Governo ha deciso che una persona possa restare appesa al suo processo senza limiti di tempo. E con quali conseguenze? Si può progettare una vita sapendo di essere sotto giudizio ma senza sapere quando questo giudizio terminerà? E’ moralmente giusto relegare la sorte di ognuno di noi in un limbo fluido nel quale ogni istanza di giustizia venga negata per anni? O non si ha, invece, il diritto di essere giudicati in un tempo ragionevole? La risposta è sì, ed è scritto nella Costituzione.

Non siete né innocenti, né colpevoli, siete presunti innocenti, eterni giudicabili. Pensate che non sia vero? Già oggi i processi per reati che si prescrivono in tempi più dilatati (a volte anche vent’anni per le ipotesi più gravi) vengono celebrati molto lentamente. Perché è fisiologico che – a fronte di un carico di lavoro elevato- il magistrato sia portato a prediligere la trattazione di quei processi con prescrizione vicina. E’ un dato di realtà che si verifica quotidianamente nei nostri Tribunali.

Ma allora perché questa ennesima norma manifesto? Perché illudere gli elettori e le elettrici che solo sospendendo la prescrizione sine die possa essere resa giustizia alle vittime del reato? Questo Governo, più di altri, indulge nella pericolosa speculazione demagogica della tutela a tutti i costi della vittima del reato. Ma è una menzogna colossale: una sentenza che arriva dopo anni non risarcisce nessuno.

Ma le menzogne si sprecano: è per colpa degli avvocati “azzeccagarbugli” – è stato detto- che i processi si prescrivono. Colpa delle loro tattiche dilatorie. Sappiate, invece, che quando una parte privata chiede un rinvio del processo penale la prescrizione si sospende. Tutti quelli che parlano di “tecnicismi” del difensore sono in palese malafede visto che proporre appello contro una sentenza ritenuta ingiusta non può essere considerata una manovra dilatoria, ma un diritto irrinunciabile.

Facciamo parlare, di nuovo, i dati: nel 2012 le prescrizioni sono state complessivamente 113.057, ma di queste ben oltre 70.000 sono intervenute nel corso delle indagini preliminari: 67.252 sono state oggetto di decreto di archiviazione, 4.725 sono state dichiarate con sentenza da parte dell’ufficio Gip/Gup. Le rimanenti 43.000 (sulle 113.057 prescrizioni complessive) sono state dichiarate nel corso delle successive fasi del processo.

Dal 2005 al 2008 l’Unione delle Camere Penali ha condotto, con il supporto di Eurispes, una serie di indagini sul territorio nazionale, dalle quali è risultato come una bassissima percentuale di rinvii fosse determinata da impedimenti e da istanze difensive.

Solo un adeguato termine prescrizionale costituisce uno stimolo alla celebrazione dei processi i quali, senza questa formidabile spada di Damocle, resterebbero a ornare gli scaffali polverosi delle cancellerie, per anni e anni.

Ebbene nonostante le critiche del mondo forense, dell’ Accademia e della magistratura, si è in fretta e furia confezionato un emendamento scellerato e sganciato da una seria e ponderata riflessione sulla riforma del sistema penale per inserirlo nel corpo di un testo normativo, la c.d. legge “spazzacorrotti”, a sua volta deprimente, una cloaca di slogan inutili tutti mirati a diminuire il livello di garanzie e a sovvertire i principi basilari del nostro Stato di diritto, messo in crisi anche da ulteriori indecorose iniziative: la previsione di una vera e propria licenza di uccidere ( con la riforma della legittima difesa) e il decreto “in”- sicurezza, che apre una pagina vergognosa sul trattamento che viene riservato a coloro che tentano, raggiungendo l’ Italia spesso al costo della vita, di fuggire da una vita di disperazione.

Sono riforme, queste, che avversiamo con forza perché non sono degne di un paese civile.

Noi Avvocati e Avvocate (e non “azzeccagarbugli”) continueremo a lottare perché siamo e resteremo un presidio per la difesa dei diritti umani.

Per questo la Camera penale di Livorno invita la cittadinanza tutta all’incontro del prossimo 11 gennaio 2019 che si terrà presso la sala Conferenza dei Bagni Pancaldi per parlare di questi temi con ospiti d’eccezione: la Vice presidente del Senato, on. Anna Rossomando, il Prof. Vittorio Manes dell’Università di Bologna, il Dott. Riccardo De Vito (magistrato e Presidente di Md) e il Presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, avv. Giandomenico Caiazza. L’evento è gratuito per i non avvocati fino ad esaurimento posti disponibili.

Il direttivo della Camera penale di Livorno